_________ALASSIO RESURRECTION_________

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venerdì 29 giugno 2012

4 Pagine in vacanza II edizione


PREMESSA E FINALITA’

“4 pagine in vacanza II” Concorso Nazionale di racconti brevi inediti è promosso da Alassio Resurrection per i cittadini italiani e non. Chi volesse partecipare dovrà presentare un racconto breve che non superi le 4 cartelle (per cartella s’intendono 30 righe, carattere Times New Roman, corpo 12), entro e non oltre il 25/09/2012. I concorrenti dovranno inviare il racconto in formato digitale o in formato cartaceo insieme alle proprie generalità ed alla dichiarazione che il racconto è inedito e frutto del proprio ingegno.

TEMA DEL CONCORSO

Le storie potranno essere di qualsiasi genere narrativo, ma dovranno avere come filo conduttore o come elemento tematico i versi di una canzone di Francesco Guccini :
”..E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d‘ogni cosa.”
“Autogrill”
F. Guccini

GIURIA

L’operato e il giudizio della Giuria è insindacabile. La Commissione giudicatrice è composta da esperti del settore, correttori di bozza, responsabili di libreria e per la seconda edizione saranno chiamati a valutare i racconti le quattro persone premiate l’anno scorso. La task force dei giurati sarà comunicata sul blog di Alassio Resurrection il 2 Agosto 2012.

PREMIAZIONE

La data ed il luogo della Cerimonia di premiazione saranno comunicati attraverso il blog http://alassioresurrection.blogspot.com

PREMI

I premi verranno comunicati il 2 Agosto 2012. Sicuramente fra i premi ci sarà un tablet per lettura di e-book e un week-end ad Alassio.

DIRITTI D’AUTORE

Gli Autori, per il fatto stesso di partecipare al Concorso, non cedono il diritto di pubblicare le opere partecipanti su eventuali antologie, ma solamente sul blog http://alassioresurrection.blogspot.com/, senza avere nulla a pretendere come diritti d’Autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli autori. La partecipazione al Concorso implica l’accettazione di tutte le clausole del presente regolamento e la tacita autorizzazione alla divulgazione del proprio nominativo e del Premio conseguito su quotidiani, riviste e siti web.

SPEDIZIONI

Per inviare il materiale manoscritto o dattiloscritto si può scegliere una delle seguenti possibilità:
1) Formato doc di word alla e-mail 4pagine2ar@gmail.com, specificando nell’oggetto il nome del concorso: “4 pagine in vacanza II”
2) Manoscritto o dattiloscritto via posta ordinaria all’indirizzo via Privata Schivo 10/1 17021 Alassio (SV), specificando sulla busta il titolo del concorso “4 pagine in vacanza II”, e specificando all’attenzione di Alassio Resurrection
3) Dattiloscritto, brevi manu in busta chiusa con specificato il nome del concorso “4 pagine in vacanza II” e all’attenzione di Alassio Resurrection presso la libreria Mondadori di Alassio.

COME PRESENTARE IL MATERIALE

Gli elaborati dovranno essere presentati nel seguente modo:
1) Prima pagina titolo e a lato o sotto pseudonimo dell’autore
2) A seguire il racconto
3) L’ultima pagina riservata ai dati anagrafici, recapiti, alcune notizie sull’autore e in modo chiaro lo pseudonimo e la dichiarazione che l’opera è frutto del proprio ingegno. Es. : “ Io sottoscritto……………… dichiaro che il racconto che ha come titolo ……………….. è frutto del mio ingegno e il mio pseudonimo è ……………….”

RISULTATI

Gli autori finalisti saranno avvisati telefonicamente o per e-mail. I risultati successivamente verranno pubblicati sul blog http://alassioresurrection.blogspot.com

NOTA

I concorrenti che non si saranno attenuti al presente regolamento saranno esclusi dal concorso.

INFORMATIVA

Ai sensi della legge 675/1996 e successive integrazioni del D. Lgs. 196/2003. Il trattamento dei dati, di cui garantiamo la massima riservatezza è effettuato esclusivamente ai fini inerenti il concorso “4 pagine in vacanza”. I dati dei partecipanti non verranno comunicati o diffusi a terzi a qualsiasi titolo ed i titolari potranno richiederne gratuitamente la cancellazione o la modifica inviando una email 4pagine2ar@gmail.com

IMPORTANTE

Il termine ultimo è il 25 settembre 2012 alle 24:00, tutto il materiale pervenuto oltre quella data non sarà preso in considerazione.
La partecipazione al concorso è completamente gratuita, non richiediamo, né richiederemo in futuro nessuna somma di danaro.
Saranno comunicati solo i primi tre classificati, la giuria e Alassio Resurrection si riservano la possibilità di segnalare e premiare alcuni racconti significativi con una menzione speciale. Variante che sarà comunicata eventualmente.

mercoledì 18 gennaio 2012

Concorso "4 Pagine in Vacanza" quarto classificato



DITA IN BOCCA

Alassio. Dieci gennaio duemilanovantacinque. Ore undici e trenta. È una tiepida mattina di inizio inverno. Il cielo è perfettamente azzurro, pulito da un vento costante ma non fastidioso. Il mare è increspato e rifrange il sole creando uno sconfinato spettacolo di luce. I gabbiani sono fermi in aria con le ali distese.
In corrispondenza della Chiesa di Sant’Anna la via dei negozi si interrompe aprendosi verso l’orizzonte. In questo slargo ci sono cinque grandi panche circolari in legno di larice. Qui le persone rallentano, si fermano e si incontrano.
Lui è seduto sulla panca più vicina alla spiaggia e volge lo sguardo a ponente. All’incirca ha novant’anni. I suoi occhi verdi sono mezzi chiusi, infastiditi dall’esagerata luminosità. Le sue tempie senza capelli sono intagliate di rughe. È assorto. Forse è preoccupato per qualcosa.
Lei è seduta sulla panca accanto al chiosco e il suo sguardo è rivolto a levante. Anche lei ha circa novant’anni. I suoi occhi neri sono completamente aperti nonostatnte la luce intensa. Il vento le scompiglia i ricci sbattendoglieli sul viso. E’ tranquilla. Apparentemente serena.
Sono uno di fronte all’altra da circa venti minuti. Sono distanti poco più di tre metri ma ancora nessuno dei due ha notato l’altro.
Un forte rumore di metallo giunge improvviso dalla strada. D’istinto entrambi muovono la testa verso quel fracasso. I loro sguardi per un istante si incrociano e generano legami chimici, creano energia magnetica. Un vento elettrostatico ha sbattuto a terra un cavalletto pubblicitario in alluminio. È un vento galeotto, intermediario d’amore. I sentimenti hanno così ritrovato vie dimenticate ma già percorse, e corrono veloci.
Lei ora appoggia il mento sulla spalla sinistra e chiude gli occhi. Volutamente, con malizia. Sembra addormentata. In realtà è in attesa, come un predatore. Tende la sua trappola.
Lui è attratto, rapito. La guarda con le palpebre socchiuse, per non farsi scoprire. La trova perfetta, al cento per cento.
Lei sente sulla pelle quello sguardo, caldo e furtivo. Capisce d’aver catturato la preda. E’ soddisfatta, compiaciuta. Di scatto allora riapre gli occhi.
Lui è colto di sorpresa e abbassa il capo, arrossendo. Trascorrono alcuni secondi.
Quando lui alza nuovamente lo sguardo lei sorride. Lui si gira pensando che quel sorriso sia per qualcun altro. Dietro non c’è nessuno. Tituba. Con imbarazzo ricambia poi il sorriso.
Sono trascorsi circa venti minuti. Sono sempre seduti una di fronte all’altro, più o meno a tre metri di distanza. Ora però si guardano e si sorridono, con spontaneità, come se si conoscessero da cent’anni.
D’un tratto lei diviene inaspettatamente seria e fa un profondo respiro. Comincia a fissarlo intensamente, con occhi di sfida. Alza lentamente la mano destra e punta l’indice verso di lui. Poi esegue un movimento rotatorio con la mano, come se stesse raccogliendo col dito qualcosa nell’aria. Quindi si infila per intero l’indice in bocca e comincia a succhiarlo.
Lui è sbalordito, piuttosto infastidito. Non riesce a comprendere il significato di quel gesto sfrontato.
Passano alcuni minuti.
Lei continua a succhiare, e ricomincia a sorridere. Succhia e sorride, succhia e sorride.
Lui è ancora più confuso.
Lei allora spalanca gli occhi come per dire Eddai, svegliati!
Ma lui non capisce. Poi, un’intuizione. Il suo sguardo viene scosso da un lampo. È come se avesse improvvisamente riconosciuto in quel gesto insolente e sfacciato un’ancestrale ritualità. Anche lui ora sorride, convinto. Solleva lentamente la sua mano destra, finge di cogliere con l’indice qualcosa dall’aria e si infila il dito in bocca, succhiandolo. Succhia e sorride, succhia e sorride.
Succhiano e sorridono, succhiano e sorridono.
Il loro sorriso diventa una risata incontenibile, irrefrenabile. Ridono e ridono. Ridono a lungo, fino alle lacrime. Poi, piano piano, smettono. Il vento soffia. In silenzio si guardano negli occhi e il tempo intorno a loro si ferma. Nei loro sguardi si riflette il mare e risplende il sole.
In certi sguardi s’intravede l’infinito.

Alassio. Ventuno agosto duemilacinque. Ore nove e trenta. È una calda mattina di fine estate. Il cielo è tendenzialmente sereno, non c’è vento ma afa. Il mare è liscio e trasparente. I gabbiani volano precisi.
Giacomo è seduto sulla sdraio, sotto l’ombrellone. Ha quattro anni e mezzo. Ha i capelli corti e chiari. I suoi occhi sono verdi, quasi gialli.
Sta guardando fisso verso i gradini in cemento dell’ingresso alla spiaggia. È in attesa, fermo immobile da almeno mezz’ora. Impaziente.
D’improvviso si alza e corre verso la scala.
Irene è lì, dritta in piedi in cima ai tre gradini di cemento. Lei ha quasi cinque anni. Ha occhi neri e furbi. I suoi capelli sono scuri e riccioluti.
Con due balzi Irene è addosso a Giacomo. Lo abbraccia con forza e lo bacia.
Ora sono letteralmente incollati l’una all’altro, guancia contro guancia.
Irene prende Giacomo per mano e lo porta in riva al mare. Con due palette di plastica scavano una buca tanto profonda da trovare l’acqua. Ne sono orgogliosi. Poi ci mettono dentro i piedi e li ricoprono fino alle ginocchia. Sotto la sabbia umida i loro alluci si sfiorano. Giacomo e Irene sentono solletico, si guardano e sorridono. Lui arrossisce e abbassa lo sguardo.
Ora si alzano in piedi. Hanno le gambe ricoperte di sabbia ma non si puliscono.
Decidono di raccogliere conchiglie e le cercano dove le onde si rompono sulla spiaggia. Là ce ne sono un’infinità. Ne trovano più di cento. Le conchiglie sono molto piccole, perlopiù bianche e lisce. Poche hanno le linee in rilievo marroni, sono le più preziose. Alcune hanno un buchino perfettamente circolare. Sembra fatto apposta per infilarci una cordicella.
Possiamo fare una collana lunghissima!, dice Irene.
Giacomo annuisce.
Fa caldo.
È finalmente giunta l’ora di fare il bagno.
Irene ha un costume rosso. Giacomo ha i braccioli gialli. Corrono a tuffarsi. Si immergono. Si spruzzano. Giocano. Sono felici, spensierati.
Adesso escono e vanno a farsi la doccia. L’acqua è fredda. Si tolgono in fretta il sale. Si asciugano.
Sono le undici e trenta. Il tempo corre troppo velocemente.
Ora sono sotto l’ombrellone, avvolti nei loro accappatoi colorati. Sono seduti una vicino all’altro. Irene ha sulle ginocchia un pacchetto, apparentemente di grande valore. È un tovagliolo di carta bianco risvoltato più volte su qualcosa.
Ogni mattina arriva questo momento, un rito atteso e amato a dismisura.
Giacomo e Irene si guardano seri e insieme fanno un respiro profondo.
Cominciano.
Lentamente Irene scosta i lembi del tovagliolo, con estrema attenzione. Dentro ci sono due piccole confezioni rettangolari di plastica bianca.
Sono monoporzioni di crema alle nocciole rubate da Irene al buffet mattutino dell’albergo.
Irene ne porge una a Giacomo, con affetto.
Ora si guardano vogliosi e aprono le scatolette togliendo la protezione metallica. Con un movimento rotatorio della mano infilano poi l’indice destro nella crema ormai liquida per il caldo e si portano il dito alla bocca. Cominciano a succhiare. E sorridono.
Intingono, succhiano e sorridono. Intingono, succhiano e sorridono.
Alla fine hanno il viso completamente sporco di crema alle nocciole. Si guardano e scoppiano a ridere. La loro risata è incontrollabile, fragorosa. Ridono così tanto da farsi quasi la pipì addosso. Poi smettono, sfiniti. E il tempo si ferma. Nei loro sguardi si specchia il mare e si intravede il cielo.
È in certi sguardi che si nasconde l’infinito.
-
Oggi , purtroppo, sia per Giacomo che per Irene è l’ultimo giorno di vacanza.
Entrambi non sono pienamente consapevoli che domani non potranno trascorrere la giornata insieme.
Giacomo e Irene non sono soprattutto consci del fatto che non si rivedranno più.
Per quasi cento anni.
Alassio. Dieci gennaio duemilanovantacinque. Ore dodici e cinquanta.
Irene ora si è seduta accanto a Giacomo.
Lui ha il palmo della mano destra appoggiato alla panca.
Lei con il mignolo sinistro gli sfiora le dita, teneramente.
Hanno gli occhi chiusi e il viso rivolto al sole.
Stanno assaporando fino in fondo questo momento, inconsciamente atteso da quasi cento anni.
È una tiepida mattina di inizio inverno. Il cielo è di un azzurro perfetto, pulito da un vento costante ma non fastidioso. Il mare è increspato e riflette il sole creando uno sconfinato spettacolo di luce. I gabbiani sono fermi in aria, hanno le ali distese.
Dal chiosco giungono le parole di una vecchia canzone, la musica è dolce e malinconica.
...ma…
...non è l’amore che va via…
…il tempo sì…

Autore: Mauro Molteni

giovedì 22 dicembre 2011

Ecco i primi trenta classificati alla prima edizione del concorso letterario “4 Pagine in Vacanza”


  1. Cash                                                                               Giulia Manno
  2. I ricordi del crepuscolo                                                Luca Orlandi
  3. Il gusto amaro del mattino                                          Barbara Rossi
               Ruba Acqua           ( Premio Speciale )                Francesco Vasco
  1. Dita in bocca                                                          Mauro Molteni
  2. Biscette magiche in mani sbagliate                Davide Geddo
  3. Fino a che ci sei tu                                              Marco Bottoni
  4. Lapis                                                                      Emanuele Finardi
  5. Espiazione                                                             Manola Pieruccioni
  6. La buca                                                                   Lorenza Negri
  7. Gennaio è passato                                              Mariapia Fornasier
  8. Un'ottima giornata                                              Roberta Rotondi
  9. Un Omicidio di Troppo                                        Giacomo Fui
  10. Uno strano pomeriggio                                      Paola Bernardini
  11. La lettera d'amore – Alassio                             Maria Teresa Cipri
  12. Piccola storia di un amore grande, ad Alassio         Gabriella Gilli
  13. E' arrivato il momento                                        Pierpaolo Bonante
  14. Anorex¡a                                                               Franca Tamai
  15. La pericolosa fragilità delle certezze            Marcella Gemelli
  16. Scintille                                                                 Livio Colati
  17. Sull'Amore per la Verità                                   Daniele Cannizzaro
  18. Una Legnano nera                                            Silvia Invernizzi
  19. Lo stesso spazio                                               Eugenia Bartoccini
  20. coppa di ciliegie                                                 Simona Aiuti
  21. I soliti tradimenti                                                Alida Pellegrini
  22. Vuoto a perdere                                                  Francesca Aliperta
  23. L'amore resta sveglio                                        Cristina Cornelio
  24. L'amore di zia                                                      Marzia Pierini
  25. Lettera per un amore                                        Caterina Romano
  26. Il bucato Emanuela                                           Rotta Gentile
  27. Always                                                                 Francesca Faramondi
Grazie a tutti i novantacinque partecipanti l'appuntamento ovviamente è alla prossima edizione!

martedì 15 novembre 2011

4 pagine in vacanza presenta: BISCETTE MAGICHE IN MANI SBAGLIATE


Io mi chiamo Davide Geddo  e sotto lo pseudonimo di Fuoricomunitario  ho scritto questo racconto frutto esclusivo del mio ingegno e l’ho intitolato “biscette magiche in mani sbagliate”. 
I personaggi sono assolutamente immaginari.
O comunque assumono comportamenti e toni che non gli sono propri e sono anzi assolutamente inventati. 


Alassio piena di gente.
La folla, ubriaca di ferie, si dimenava tra spiaggia e budello stordendosi tra le vetrine. Un allegro serpentello velenoso e salato.
Nadia aspettava con la sigaretta ancora spenta e penzolante.
Lo sguardo solito, sprezzante e altezzoso. La mano in borsa a rovistare in cerca dell’accendino. Il bel muso, sbarazzino sotto i capelli rossicci increspati dal sole sul sale, dava ancora più corpo al bel personaggio che era.
 “Aspetti qualcuno?”
Il ragazzo, rossiccio di capelli, sguardo ligure, grattandosi la nuca spuntò dal nulla.
Nadia, con una velata soddisfazione, sospirò distante e concludente con una certa aria di sfida “il mio fidanzato”.
Il ragazzo non disse nulla ma alzò le labbra e le sopracciglia.
Lei rincarò con desolazione e ironia “…che sta arrivando”.
“Secondo me non viene”. “Secondo me sì”.
“La mia non è una semplice opinione”
“Strano, avete tanti difetti voi liguri, ma di solito non siete dei rompicoglioni. Non devi essere di qua”. Disse senza degnarlo di uno sguardo.
“Non sai molte cose riguardo la gente del posto, Nadia”.
Nadia trasalì nel constatare che il ragazzo conosceva il suo nome e si accinse a protestare ma il ragazzo innescò l’accendino e la ragazza stupita trovò il proprio fumo a ostruirle il fiato.
“Come sai il mio nome?” “Me l’ ha detto Vasco” “Chi?” “Il ragazzo della bottega di antiquariato”.
“Quello stranone con la barba? Sembrava simpatico, ci ha fatto un regalo ma non mi sembra di avergli detto il nome”
“Infatti. Poi, dopo un po’ di botte, si è ricordato che Giancarlo, il tuo fidanzato, ti ha chiamato così.”
“Botte? Ma chi sei? Cosa vuoi da me? Dov’è Giancarlo?”
“Vieni con me, tanto per ora il tuo fidanzato non arriva, puoi giurarci”
Nadia spaventata elaborò mille teorie, urlare, scappare, telefonare. Telefonare, sì! Tirò fuori nervosamente il cellulare, seguendo il ragazzo con lo sguardo che si allontanava senza neppure girarsi.
Irraggiungibile. Irraggiungibile cazzo.
Il ragazzo arrivò a una traversa e virò a sinistra, sempre senza girarsi. Nadia corse disperatamente fino a raggiungerlo.
“Vieni, entriamo lì, ho delle istruzioni per te carina”
Mimmo trascurò subito gli altri clienti e a seguito di un cenno di intesa col rosso preparò due rhum cooler.
Arrivarono anche due patatine croccanti. Poi Mimmo apprezzò con la mano la propria guancia sempre liscia e li lasciò tenendoli d’occhio.
“Tu cosa sai della biscetta con i dentini?”
Nadia era terrorizzata ma davanti al rhum cooler di Mimmo ritrovò un po’ della sua durezza.
“Hai rotto il cazzo, rosso. Ora mi dici dov’è Giancarlo. Poi che cazzo vuoi da me e magari anche perché cazzo mi conosci.
“Senti Nadia, sto per darti una testata. Facciamo che tu rispondi con educazione alle mie domande e nessuno si farà male. Bevi piano e parla bene, offro io”.
“Okay 007, io di biscette non ne conosco, forse qualche vipera, ma qui ad Alassio non conosco nessuno, va bene così?”
“Sei troppo precipitosa. Parlami della tua visita alla Galleria Vasco di ieri”
“Non è un gran romanzo. Passeggiavamo tra gli altri turisti, abbiamo visto una scritta del tipo <> e siccome il mio fidanzato ogni tanto se la tira da mecenate, dice lui, ha voluto entrare e comprare uno Scanavino.  Siccome a me le scarpe da gran figa le aveva già comprate io sono stata zitta e buona, scambiando qualche parola con il ragazzo che mi pare si chiami Vasco. Devo essergli risultata simpatica perché mi ha donato quella spirale di avorio con i dentini bella incartata”
“Nient’altro?”
“Lasciamo stare la signorina?” la voce era calda ma la lama del coltello puntato alla schiena del rosso era di ghiaccio.
“Maledetto Bokkons, cosa fai ad Alassio?” “ Si accoglie così un collega?” “Un altro pazzo” sospirò Nadia.
“Non sai quanto” disse il rosso ma poi smorzò la battuta sentendo premere la punta della lama sulla schiena.
Mimmo aveva capito tutto ma si sforzò di mantenere la calma.
A quel punto il rosso scattò divincolandosi e si trovò faccia a faccia col Bokkons che agitava il coltello in aria dicendo “fatti sotto rosso maledetto”.
Tutti i turisti scapparono dal locale urlando e rimasero solo Mimmo, un altro barista e Nadia, che avevano le vie di fuga ostruite da quel coltello roteante che Bokkons  si passava da una mano all’altra.
Cli-clak.
I due contendenti conoscevano bene il rumore della sicura del fucile a pompa per rinoceronti e arrestarono il loro impeto. Mimmo li puntava e li insultava pesantemente intimando loro di darsi una calmata. “Dai rosso legalo, mi ha rotto i coglioni sto fighetto di Solva. E tu, Davide, vai a prendere il dolce che a questa gente non piacciono le patatine”.
L’altro barista con un sorriso ironico tirò fuori dal bagno Giancarlo, il fidanzato di Nadia, e Vasco, l’antiquario, ridotto a una maschera di sangue quasi esanime. Entrambi erano legati a due sedie girevoli da ufficio.
Nadia non urlò. Giancarlo guardò Bokkons con odio.
Quando Davide gli tolse il bavaglio dalla bocca, squadrò la bell’anima che venendo da Solva le biscette le conosceva bene, e gli diede sprezzante del coglione. “Bella protezione, grazie, complimenti” aggiunse.
Mimmo disse: “ora facciamo le presentazioni così la signorina capisce e non sia mai che un buon 50% dei presenti esca vivo da qui”.
Il Rosso disse: “capo, cosa c’è da spiegare? Il milanese crede di poter fare ancora la bella vita qui e anche contando sull’aiuto del Bokkons, che per soldi venderebbe anche sua madre, bello bello, è venuto a pestarci i piedi proprio mentre stavamo per tornare in possesso della biscetta. Solo non si capisce se sta troietta sia una inconsapevole copertura del milanese o se faccia parte del piano. E alla fine il vero mistero è dove sia scivolata stavolta la biscetta d’avorio? “.
“Che il mio fidanzato sia uno stronzo oltre che un trafficante l’ho appena scoperto. Ora spiegatemi la storia della biscetta? “
Mimmo puntò per un attimo il fucile da rinoceronte verso la ragazza. Poi lo rigirò verso i due maneschi e disse: “questo è un fucile per rinoceronti. Con un colpo posso infilare tre o quattro idioti come questi due. Attualmente procurarsi un corno di rinoceronte non è per niente facile ma non per un bracconiere del mio calibro. Con il corno del rinoceronte si costruiscono amuleti di pregevolissimo valore oltre che dotati alcuni poteri magici molto ricercati. Ieri Vasco, probabilmente in combutta con Bokkons, ha cercato di consegnare tramite la tua innocente presenza la preziosa spirale al milanese, il mecenate, come lo chiami tu”.
“Spirale?”
“Sì, si tratta di una spirale fatta col corno di un rinoceronte, pare dotata di un potere che ammalia le donne e le sfortune. Tanto che tutti la chiamano la biscetta scivolosa. Biscetta per la forma ed i dentini e scivolosa sia per il rimando sessuale che per il fatto che scivola di mano in mano visto il potere anche nefasto che ha.
Tutti la vogliono ma nessuno può possederla per troppo tempo. Sembrava sparita da anni, ma da qualche mese Vasco l’abbiamo visto in compagnia di donne meravigliose. Questo ci aveva insospettito ma è stato quando le sfortune hanno incominciato ad abbattersi sul giovane antiquario che abbiamo capito che aveva ritrovato la biscia scivolosa. Il ragazzo in due settimane si è tagliato il dito con una motosega, ha perso il portafoglio con l’incasso di ferragosto e ha bevuto per sbaglio un cartone di birra scaduta senza nemmeno accorgersene e finendo all’ospedale.
Probabilmente aveva deciso di venderla e secondo noi aveva escogitato un piano col milanese che consisteva nel dare la biscetta a una donna di modo che i suoi poteri fossero neutralizzati. Poi lui l’avrebbe piazzata sul mercato nero evitando che noi intervenissimo con le nostre offerte irrinunciabili… Per quello il pivello, forse e sottolineo forse, ti ha usata ma stavolta imparerà a gestire i propri malaffari a casa propria.”
Mimmo si avvicinò col fucile spianato e infilò la canna nelle narici del Milanese.
“Giancarlo… che nome del cazzo… vero caro Rabollik“ disse spingendo la canna contro il viso.
Nel frattempo il rosso aveva legato il Bokkons e gli aveva assestato un bel destro dopo avergli stretto le guance tra le dita.
Vasco, svenuto fino ad allora, osò un lamento. Un altro pugno lo ripiombò nel silenzio.
Poi il rosso tornò vicino a Nadia arrivandogli a un centimetro con lo sguardo.
“Avanti carina, dove hai messo il pacchetto dell’antiquario? Mi spiace sempre picchiare le donne”.
“Bravo, un po’ di rispetto, ho appena scoperto di essere stata fidanzata per un pezzo di corna”
“Che vale circa tre milioni di Euro nel mercato nero dell’occulto” aggiunse Bokkons prima di prendere un altro destro.
“Comunque siete degli idioti. Tutto sto casino per nulla. Ce l’ho ancora in borsa” . “Prendila”.
“Volentieri, che me ne faccio di un amuleto porta sfiga. Mi sembra che me ne abbia già portata abbastanza sto pomeriggio”.
Tutti sgranarono gli occhi vedendola rovistare nella borsa. Perfino Vasco aprì l’occhio meno tumefatto.
“Ecco la vostra biscetta. Scivola,vai via viperella malefica…”
Il rosso se la guardò incartata tra le mani e cominciò a scartarla. Mimmo gli fece capire che non avrebbe esitato a sparare se non gliela avesse consegnata subito.
Il rosso sbuffando riuscì a strusciare il dito sul magico amuleto mentre lo consegnava al suo boss.
Scivola, scivola vai via non te ne andare, sussurrò.
Quando Mimmo ebbe la biscetta tra le mani ancora mezza incartata posò il fucile.
Nadia subito lo guardò con altri occhi.
 “Posso avvicinarmi bel maschione?” disse a Mimmo che sgranò gli occhi urlando “Funziona!”
“Eccome” disse lei mentre Mimmo sorrideva. “Facciamo l’amore qua subito, ti va?”
“No, più tardi devo sistemare le cose per bene qui prima”.
“Fatti almeno togliere la giacca” gli disse accarezzando la guancia liscia di chi si rade ogni giorno da sempre. Il rosso schiumava di rabbia e gelosia.
Quando le maniche della giacca si arricciarono sui polsi e le mani furono quasi congiunte dietro la schiena il rosso sentì un rumore conosciuto e rimase sorpreso.
Mimmo si ritrovò in due secondi netti ammanettato e sotto tiro del suo stesso fucile.
Il rosso strabuzzò gli occhi. Giancarlo esclamò: “Nadia!”
“Nadia tua sorella. Piacere Lorenza, agente speciale polizia settore recupero oggetti d’arte e contrabbandi varii. Quando ho rovistato nella borsa ho innescato il dispositivo di attivazione della squadra speciale coadiuvata dagli agenti del posto coordinati dal Commissario Jan Casella. Siete semplicemente circondati. Giancarlo, milanese d’adozione ma in realtà croato, vero nome Rabollik, per una volta sei tu la vittima del doppio gioco. Non  te la prendere. E’ stata una pena per me agganciarti. Ma era ora di mettere ordine nella storia della biscetta scivolosa e di pulire la gang di contrabbandieri che gestisci. Rosso stai fermo o ti infilo come un rinoceronte”.
“Non hai niente contro di me troia” urlò Rabollik.
“Parla bene cretinetti, e tu rosso vai a liberare Vasco che da anni è un informatore della nostra sezione. La biscetta è un falso da lui abilmente confezionato”.
Nel frattempo con un ghigno entrò il commissario Jan Casella con 6 agenti. Tra di loro Mimmo riconobbe Francesca, Simona ed Emanuela; le bellissime ragazze con cui Vasco si era fatto vedere per il budello. Vasco, appena liberato, si alzò a fatica ma si tolse la benda dalla mano e mostrò determinato il dito medio ai presenti. Le ragazze in uniforme lo salutarono con degli occhiolini.
“Come vedete i poteri della biscetta sono una leggenda a cui solo una banda di manigoldi senza arte né parte poteva credere. Bei tempi quando me la vedevo con dei genii criminali. Imbecilli. Quanto a te Rabollik ho più prove di Perry Mason alla fine di ogni puntata; è bastato registrare la tua attività di mecenate e trovare in camera la mappa dei magazzini con le altre opere. Stavamo già per arrestarti quando hai pianificato di scendere ad Alassio. Non c’era dubbio che si sarebbe presentata l’occasione di riempire ulteriormente la rete.”
Jan Casella,  senza parlare continuava a sogghignare.
Lorenza si accese la sigaretta. Vasco si era un po’ ripreso. Con un cenno di intesa uscirono sul budello e si sistemarono su un tavolino all’aperto.
“Grazie Vasco, mi spiace per le botte. Cose che capitano, no?”
“ Ma certo Lorenza…” accendendosi una sigaretta.
Voleva guardare il mare ma il muro idiota di cabine glielo impedì. L’aria era comunque fragrante e dolce nel tramonto di fine Agosto.
Poi si voltò improvvisamente. “E’ sempre un piacere lavorare con te”. Baciò intensamente il giovane antiquario barbuto.
“Non è l’amore che va via. Il tempo sì. Ma quello non lo governiamo noi” disse uno dei due.
Lei lo baciò ancora e poi si staccò e tenendo il suo volto tra le dita e sussurrando: “devo andare” e si alzò ondeggiante ma sicura. Vasco rimase in silenzio a guardarla andare via.
Non era il primo bacio tra di loro. Non sarebbe stato l’ultimo.
Soffiò il fumo e da una quindicina di metri lei lo sentì dire. “ Non te ne andare”.
Lorenza non si voltò, ma fece scivolare giù dalla borsa la biscetta ancora malamente incartata.
Vasco sorrise, si alzò e diede un calcio alla biscetta verso la spiaggia.
Un cane la afferrò e la depositò tra le onde.
Vasco raggiunse Lorenza e se ne andarono senza parlare e senza direzione.
Il Commissario Casella continuava a sogghignare avvicinandosi al bagnasciuga per cercare la biscetta.
Il tempo corse via.


mercoledì 9 novembre 2011

Articolo tratto da: http://www.modena2000.it/2011/11/03/un-carpigiano-premiato-al-concorso-letterario-nazionale-4-pagine-in-vacanza-organizzato-ad-alassio/


Un carpigiano premiato al concorso letterario Nazionale “4 Pagine in Vacanza” organizzato ad Alassio


Luca Orlandi 31 anni di Carpi, con il racconto breve “I Ricordi del Crepuscolo” si classifica al secondo posto del concorso letterario “4 Pagine in Vacanza” organizzato da AlassioResurrection associazione culturale di Alassio, famosa cittadina turistica ligure.
"L’autore si è distinto per lo stile narrativo sofisticato e l’originalità dell’ambientazione storica aggiudicandosi una cenetta e pernottamento valido per due persone nella nostra bella cittadina" ci fanno sapere da Alassio e ancora "il concorso ha avuto un grande riscontro, i racconti ricevuti sono stati più di 90, provenienti da tutta Italia, ciò a dimostrazione di come la passione possa ancora muovere gli animi, anche in considerazione del fatto che i premi non erano cospicui e non in denaro".



venerdì 28 ottobre 2011

Concorso "4 Pagine in Vacanza" Premio speciale

RUBA ACQUA

Mi ci vorrà il periodo di una vita per dirti che ti amo.
I grilli parlanti sfrattati dal pendolo si son trasferiti in pancia e si fanno sentire mentre i ragni ingannano il sole tessendo linee sulla meridiana.
Sui fogli a quadri i numeri scappano dalle gabbie e non tornano più, sui fogli a righe le parole che riesco a scriverti sbattono contro il soffitto.
Una sigaretta son sette minuti, il bicchiere è una clessidra e queste righe pause tra i tuoni.
Nel sogno senza stagioni ti raccogli i capelli con le lancette che mi fanno dannare e con le dita mi sfiori la schiena per disegnare lettere che fanno il tuo nome.
Dall'acqua alla terra sorretto da venti e sospiri, dalla mia porta alla tua a vele piegate con il tuo profilo in gola.
Mi sveglio con il buio appeso in fronte e intorno tutto ciò che rimane è luce nelle pieghe del lenzuolo, quel che vorrei creare e non posso.
Ora ti vedo: definitiva, netta, essenziale come le mute nubi e i silenzi tra ebano e avorio.
Sconto gli anni stretto tra un calendario e un frigorifero vuoto mettendo la tua voce sotto la lingua per provare a guarire.
Ti regalo un orologio automatico, una sedia a dondolo e i miei occhi, tutte cose che si muovono solo se ti muovi tu.

Francesco Vasco

Io sottoscritto Vasco Francesco dichiaro che il racconto che ha come titolo “Ruba Acqua” è frutto del mio ingegno.

giovedì 27 ottobre 2011

Concorso "4 Pagine in Vacanza" terzo classificato

IL GUSTO AMARO DEL MATTINO

Il gatto ingellato e incravattato è appena uscito, felpatissimo. Dietro di sé una scia odorosa di bagnolatte sciacquato con la foia della doccia dell’ultimo minuto. Perché, micia lo sa bene, il suo Romeo ha voluto ritardare il più a lungo possibile il momento dell’addio, tanto è stata intensa la loro notte di amanti acciambellati sul suo letto duro di marciapiede.
Appena risuona il silenzio nell’intimità ricomposta della casa, la gattina si alza scattante, eccitatissima all’idea della violazione dei suoi spazi privilegiati. Non ha voluto interferire, lo ha lasciato muoversi liberamente per non spezzare la magia del sentirlo anima rigenerante del suo castello infestato dai rimpianti. Scatta verso la poltrona, attratta dalla ciotola, come dopo un lungo digiuno. La camicia di lui sembra languire pigra, con un polsino sbottonato, pencolante quasi a toccare il pavimento. La contempla lungo ogni singola cucitura, come una reliquia, e sorride instupidita, pregustando l’abuso del bambino l’attimo prima di affondare le mani nella marmellata. La accarezza senza toccarla mentre un brivido sottile lungo il collo le fa rizzare il pelo. L’afferra con entrambe le mani e se la preme forte contro il naso e la bocca, nella speranza di poterla sentire farsi corpo dentro di sé. Se la stringe al petto e torna a riaddormentarsi, esausta. Quando si risveglia, questa volta con maggior fatica, si ritrova sola.
Non si è mai sentita così sola come in quel momento.
Il cimelio è ancora tra le sue mani, può odorarlo tanto da farsi uscire il sangue dal naso. Può scolarsi all’infinito, fino ad ubriacarsi, l’immagine di lui sopra di lei, le sue mani tra i capelli, il suo piacere dentro, dentro fin nelle viscere. Poi con uno scatto ansioso si gira verso l’orologio e senza guardarlo sente il silenzio frastornante del telefono, muto, accanto al letto.
Tre ore che se ne è andato e non si è ancora degnato di una telefonata.
Tira fuori una gruccia dall’armadio. La veste con la camicia, indugiando su ogni bottone, cercando di rimanere aggrappata al flusso dei ricordi. Ogni asola violata dal dito è una stilettata alla pancia, un fermo immagine incollato come carta da parati alle curve occipitali. Ripone l’ostia consacrata mentre sente il corpo smembrarsi di colpo e la lingua ricoprirsi di pelle di pesca . Si sente donna nuda di se stessa, della sua carne collassatosi nel reticolo delle fibre. Lampi di estasi la strattonano da una parte all’altra del suo guscio incrinato mentre tenta di dar inizio a quella indecifrabile giornata, così stretta al cuore e alle labbra; così lontana dalle strade battute dall’usura del tempo.
Vuole ingannarla la verità, gettarla nella pattumiera, come un fiore appassito. Non vuol vedere quel bullone che non s’incastra e che potrebbe far crollare l’impalcatura di schianto. Vuol camminare voluttuosamente lungo l’orlo del vuoto, ballerina sospesa sulla scogliera, convinta di potersi arrampicare fino al cielo con la sola forza della disperazione.
Certo che quel figlio di un telefono potrebbe squillare.
Sono le undici e Anna vuole già riempire lo spazio tra di loro con un rigurgito di parole; o anche solo con quel suo mugugno di bambina capricciosa che le riesce così bene. Vorrebbe scrivergli un messaggio e consegnarlo al vento, sicura che questo seguirebbe le sue precise coordinate di cecchino innamorato. Ma Anna non osa. Lui è in ufficio affaccendato nei suoi ritmi, incollato al telefono.
Ma non per lei. Non ha tempo ora. Non può permettersi il lusso di chiamarla.
Forse non lo avrà nemmeno in pausa pranzo se qualche cliente lo costringerà ad una forchettata di lavoro. Un pensiero che la sfiora appena, come un’ ombra nera. Ma poi si ravvede e torna alla loro meravigliosa notte. La prima che lui le regala da quando si conoscono. Prova tangibile del suo amore, non c’è dubbio. E non c’è dubbio che anche lui è impaziente di rubarsi ai suoi affari per tornare da lei; anche solo con un ciao-tesoro-tutto-bene.
Ci vuol così poco per appagare i bisogni di un cane randagio.
Anna non s’azzarda ad uscire di casa, non può rischiare di mancare l’appuntamento con la telefonata. Si aggira per le stanze con finta premura, rassettando e spolverando. Ma lo straccio della polvere si perde dietro un termosifone e la biancheria sporca riposa abbandonata sulla poltrona del salotto. Nella cucina apre gli sportelli e tira fuori pentole e tegami. Sente ancora in bocca il gusto degli scampi di ieri. Il pesce più buono mai mangiato in sua vita. Grazie a lui Anna ha sconfitto la sua cronica inappetenza, ha riscoperto il piacere della sazietà. Si ripromette di rimpolpare quelle quattro ossa scarnificate nelle prossime settimane. Ed ora decide di riscoprirsi massaia puntuale.
Perché forse già da domani lui potrebbe fare una telefonata al volo e tornare di corsa da lei, scoparla per due ore e poi chiederle un piatto veloce prima di tornare alle sue incombenze.
Monda le patate, le taglia a dadini; lava le cipolle e le sminuzza sul tagliere commuovendosi. Fracassa le uova nella ciotola, elimina i pezzi di guscio e poi amalgama i sapori e gli odori aggiustandoli di sale e pepe. Un’ultima spolverata di pangrattato, come le ha insegnato mamma, e inforna un polpettone un po’ stecchito ma lodevole negli intenti.
Mezz’ora dopo, mentre si ustiona il palato con il suo parto culinario cerca refrigerio nelle immagini della televisione. Le notizie del TG la distraggono per qualche minuto dalla trance. Ma poi, il ricordo della carne goduta le dà un nuovo scossone. Le pupille si fissano come occhi di cieco su un punto buio, lasciandosi ammaliare dalla piena degli altri sensi.
All’una e un quarto però, il film già visto così tante volte in una sola mattina, inizia a incrinarsi sotto il gelo del disincanto, sempre più tangibile e minaccioso. Perché il telefono è muto ormai da ore e l’immagine palpitante dei loro corpi in cinemascope inizia a ingiallirsi nella loro trita cornice d’amanti.
Non ricorda quando ha iniziato ad amarlo. E perché. Quando si sono incontrati sul molo battuto dalla burrasca lei si fumava la sua sigaretta di donna temprata dalla sofferenza, che non chiedeva e non voleva più dare rispetto a nessuno. Gli uomini l’avevano delusa troppe volte per poterci ricascare, per volersi gettare a lisca nell’ennesima storia. Sbagliata. Storia impossibile. Di quelle che si mangiano a colazione col cappuccino. Una chiacchiera da bar tra uomini tronfi del loro successo inguinale. Un cicaleccio tra amiche bastonate dallo stesso bastone che si consolano a vicenda. Al loro terzo incontro gli occhi da bacherozzo innamorato sembrava averli lui. La cercava continuamente – allora sì che squillavano i telefoni!- le faceva regalini di ragazzotto stupido d’amore. E quando lo aveva detto a Rosy, Anna ostentava totale disaffezione a quell’ennesimo incipit da irresponsabili, al loro sesso gratuito consumato su una macchina sudata, a quell’uomo sottratto il tempo di un orgasmo, al suo dovere coniugale. Rosy glielo aveva detto di lasciar perdere. “Tra i due sarai solo tu a rimetterci”. Una frase che ora bussa dannatamente alla sua tempia, ma che, allora, era stata schiacciata come una mosca insolente. Dopotutto anche Rosy aveva avuto la sua storia extraconiugale da ammucchiare sotto il tappeto. E ora che s’è sposata cavalca la sua legge universale-necessaria in modo così radicato che nemmeno Kant avrebbe saputo far meglio.
Facile parlare quando si viene imboccati ogni giorno da un telefono amico.
Anna il pane quotidiano se lo deve sudare goccia a goccia, nella speranza di racimolare il suo mucchietto di briciole e camparci dignitosamente. E quella camicia appesa nell’armadio è la garanzia di aver aggiunto un tassello di continuità alla sua sopravvivenza. Perché lui chiamerà di lì a poco. E se non dovesse riuscire a chiamare dall’ufficio, questa sera si ricorderà sicuramente di spedirle un messaggio di buonanotte dal cellulare. Ma se, a fine giornata, per qualche sciagurata complicazione, non dovesse farsi vivo, lei ha l’arma in pugno. Ha il suo bottino di guerra da esibire. Da lavare e stirare. Pronta per la consegna. La prova tangibile che esiste anche lei e che potrà far valere le sue ragioni nel nome di quel pezzo bianco.
Quel fottuto brandello d’anima a cui aggrappare le ipocrisie del suo vaneggiare.
Alle tre Anna esce di casa per le sue lezioni di piano. Il Conservatorio è nella zona bene di Genova, tra i filari degli oleandri e gli scorci di mare che s’infilano in mezzo ai palazzi signorili. Oggi ci va a piedi. L’autobus stipato di puzza d’uomo la inquieta e poi ha un urgenza indiavolata di sincronizzare il passo al ritmo del suo respiro ansioso. Nella tasca dei jeans c’è un cellulare in modalità silenziosa. Lo terrà lì, incollato alla coscia tutto il pomeriggio.
Se dovesse vibrare sarebbe un segnale inequivocabile d’amore e lei lo coglierebbe in un baleno.
Durante le lezioni fissa lo sguardo sulle dita degli allievi arrovellarsi sulla tastiera. Li odia quei marmocchi insolenti pieni di ambizioni.
Non sanno, poveri illusi, che si schianteranno al suolo al primo bacio di Giuda.
Alle quattro del pomeriggio la frustrazione raggiunge il livello soglia. La sua coscienza presenta, infida, il conto del passato. Le chiede che ci sta a fare dietro ad una cattedra ad impostare metronomi invece di calcare i seggiolini dei teatri in abito lungo. Era stata un talento precoce, i suoi maestri l’avevano indirizzata alla carriera concertistica, i suoi genitori già si erano visti ricoperti d’onori nei salotti bene dei loro amici. Ma lei soffriva le platee, le facevano sudare le ascelle e i palmi delle mani. Ricorda il concerto al Carlo Felice, quello dei diplomati più meritevoli a termine del percorso accademico. Ricorda che alla fine del concerto gli aloni sotto le ascelle si erano allargati come due enormi chiazze d’olio in mare aperto. Una vergogna, anche se nessuno se ne era accorto. Ed era fuggita tra gli applausi scusandosi come se non potesse più trattenere la pipì.
Ora, a quindici anni di distanza, si sente una vinta; il pianoforte a coda giace come un cetaceo spiaggiato nel salone della casa di campagna. Che fine ha fatto il blasonato genio pianistico? Castrato dalle forbici della sua esacerbata bulimia.
Fa fatica a rimanere seduta, c’è puzza di chiuso e la fronte inizia a pesarle sugli occhi. Sta per perdere il controllo di se stessa. Succede raramente ma quando arriva la piena non la può trattenere. S’alza di scatto, facendo interrompere il viavai di scale della ragazzina al piano. Che sembra guardarla con sufficienza mentre esce dalla sala borbottando una scusa. Fuori c’è un po’ d’aria ad attenderla e una boccata di sigaretta che le penetra dentro come un dolore secco.
Il limite, alle sei e dieci, è stato superato. Lo sa che non può decidere lei quando farsi viva, che non può violare la privacy dell’uomo infedele con la ventiquattrore gonfia d’appuntamenti. Ma a questo punto se ne fotte. Il cellulare è un ferro bollente, la mano suda come a quel concerto.
Ci vorrebbe borotalco, per tamponare tutto, per tappare le narici; affogare di morte dolce e sprofondare nell’amnesia totale.
Un fruscio dietro ad un cespuglio interrompe il flusso dei suoi pensieri; osserva un gatto impigrito che le sfila davanti ostentando una calma irritante. Vorrebbe tirargli il collo a quella bestia dagli occhi di ghiaccio. Poi un sussulto. In mano una vibrazione improvvisa. Sul display un soprannome pronunciato tra i gemiti dell’amplesso, la notte scorsa. E’ il destino a chiamarli all’appuntamento, in quel luogo preciso, secondo coordinate universali ben calibrate. Non c’è dubbio che siano fatti l’uno per l’altra. Quante volte glielo ha ripetuto, scherzando a denti stretti. E ora lui non potrà negare l’evidenza di quel tempismo mistico.
Anna risponde cercando nelle corde vocali un “ciao tesoro” che non tradisca le palpitazioni da attesa spasmodica; che annulli lo spazio del tempo e li ricongiunga con naturalezza in quel discorso sospeso poche ore prima.
Ma le gambe le si fanno gelatina quando dall’altro capo, un’inequivocabile voce femminile ferma l’aria e la sprofonda in uno sgomento senza parole.

Barbara Rossi

Io sottoscritta Rossi Barbara dichiaro che il racconto che ha come titolo “Il gusto amaro del mattino” è frutto del mio ingegno.

martedì 25 ottobre 2011

Concorso "4 Pagine in Vacanza" ecco il secondo classificato


I RICORDI DEL CREPUSCOLO

Siracusa 368 a. c.
Dopo averlo scorso distrattamente, buttò con insofferenza il rotolo di pergamena in un angolo dello scrittoio e dopo un lungo, stanco, sospiro, si alzò dallo scranno e cominciò a girare per la stanza
misurandola a lunghi e lenti passi quindi, indossò il mantello ed uscì.
- Aristarco - disse rivolto ad una delle due guardie di piantone - fa chiamare il segretario e quando sarà qui digli che deve leggere il messaggio della lega italiota. Domani alle prime luci lo voglio a rapporto per sapere se è tutto in regola!
-Sarà fatto come ordini Egemone!- rispose il soldato attivandosi immediatamente dopo aver salutato il proprio comandante.
Questi si diresse subito verso l' uscita della fortezza al piano inferiore, congedando la guardia
personale che lo attendeva nel corridoio e scomparendo inghiottito dall' androne delle scale.
Una volta fuori, il contatto con la brezza marina e i raggi del sole calante sul viso lo ristorarono, e dopo aver respirato l' aria salmastra a pieni polmoni tirò sù il cappuccio del mantello e si avviò
verso il porto grande.
Nonostante ci sarebbe stata luce ancora per poco, la laguna brulicava ancora di marinai, facchini, commercianti, schiavi, impegnati nello scarico e nel trasporto delle merci verso le botteghe o i
magazzini.
L' economia della città non era mai stata così florida grazie ai commerci con le colonie fondate su entrambe le sponde dell' Adriatico, sul quale esercitava quindi una forma del tutto esplicita di
talassocrazia, e la ricchezza generata da questa condizione andava ad alimentare la poderosa
struttura bellica che altro non era se non il cuore dell'egemonia politica della pòlis sulle colonie e sull' Italia.
Dopo pochi passi, scorse sul molo più a nord, quello riservato alle navi che consegnavano le merci per lo Stato o per i suoi funzionari più eminenti, la sagoma esile ma fiera del suo primo consigliere.
Avvicinandosi lo sentì che inveiva contro il pingue e servile mercante, probabilmente ionio, con cui discuteva, salvo riprendere in un attimo il contegno da uomo di stato e di lettere qual' era. Decise di fermarsi nei pressi ad osservare la scena.
-E dunque, con quelle due anfore di vino di Lesbo che encomiabilmente mi doni, considero ripagata la pessima qualità della tua ultima consegna, fai buon viaggio Ascalafo!
- Scaricatele e portatele a casa mia!- disse rivolto a quattro operai di fiducia che aveva con sé.
Il povero mercante, divenuto una maschera di incredulità, fece per protestare, ma gli uscì solo uno squittio senza speranze, che non lambì nemmeno il suo interlocutore, che se ne era già andato.
L' uomo col cappuccio calato si mosse - Buon Filisto. Allora è vero che in ogni filosofo, in qualche modo, si cela un mercante!
- Per Apollo, Dionisio che fai a spasso per il porto da solo, e al tramonto per giunta!
L' uomo era spiazzato, e quando il duce congedò anche le sue guardie pensò di avere le
allucinazioni.
- Vieni, fratello, questa non è un' ora da passarsi con le guardie, non oggi, vieni sediamo!
Quel comportamento allarmava Filisto, ma ancora prima lo incuriosiva. Capì, però, che fare
domande non sarebbe servito, e una volta seduti su uno dei sedili marmorei del molo, rimasero a guardare il mare in silenzio per un poco, poi Dionisio parlò.
- Ahh, per Zeus, se avessi saputo che quest' anno elafebolione sarebbe stato così caldo non avrei perso tempo partecipando all' agone tragico ad Atene, avrei attaccato Cartagine!
- Non hai tutti i torti, ma dedicarti a qualcosa di diverso da guerra e politica potrebbe giovarti - disse Filisto.
Il padrone di Siracusa pareva non averlo nemmeno sentito, e dopo una lunga, immobile pausa buttò indietro il cappuccio, liberando i capelli che nonostante l'età, ormai oltre i sessant' anni, erano
ancora neri, eccetto le zone grigie sulle tempie.
- Sai che giorno è oggi Filisto? - domandò, fissandolo improvvisamente con quello sguardo di ferro che ormai da molti anni piegava invariabilmente le volontà di coloro che lo incrociavano compresa quella del primo consigliere che, inquietato, non articolò verbo.
- Oggi è il compleanno di Arete!
- Ma Dionisio, tua figlia...
- No fratello. Non mia figlia. Mia moglie!
L' amico udendo quel nome riemergere dagli abissi di quella che sembrava essere ormai un' altra vita, fu sul punto di farsi travolgere dall' emozione. Era un ricordo che credeva cancellato per
sempre dalla mente del suo signore, che da moltissimi anni non nominava quella fanciulla dal
destino così disgraziato.
- Sì, capisco il tuo stupore amico mio - riprese Dionisio - ma tu che mi conosci fin da quando
eravamo ragazzi dovresti sapere che ho una parola sola, e a lei avevo consacrato me stesso. La morte non cambia certe cose. Nemmeno una morte come la sua. Quei bastardi vigliacchi dopo aver inferto ogni ingiuria possibile al suo corpo e al suo onore non ebbero neanche la pietà di ucciderla. La abbandonarono, costringendola a farlo da sola!
Filisto, al pensiero del fardello che l' amico portava da tanto tempo si sentì oppresso ma trovò
finalmente la forza di dire con un filo di voce:
- Tutto questo hai covato in te, nonostante nei lunghi anni le tue due mogli ti abbiano dato amore ed eredi! Credevo che dare quel nome alla tua unica figlia fosse più un omaggio al tuo vecchio
comandate e idolo Ermocrate, padre di Arete, che un perpetuare quell' amore!
Dionisio seguì per un momento la danza dei gabbiani sullo specchio d' acqua.
- L' amore è un demone, filosofo. Ti seduce mostrandosi con un profilo di bellezza irresistibile, mentre il profilo che non vedi trama per te dolore e rovina. Le mie mogli, anche nel fulgore dei loro anni migliori, non sono state che un pallido simulacro di Arete. Nella mia vita ho affrontato
moltitudini di nemici, espugnato, costruito e raso al suolo città, evaquato o deportato intere
popolazioni. Ho concepito strumenti di morte impensabili ed ho bonificato immensi territori, ho reso la nostra Siracusa la pòlis più potente del mondo greco e, se gli Dei mi sosterranno, annienterò il barbaro al di là del mare che tante sciagure ci ha inferto. Ma nessuna di queste cose mi ha fatto dimenticare il profumo della sua pelle o il colore dei suoi occhi, la mia bocca non ha mai più provato nulla di paragonabile al sapore dei suoi baci. E mai nessuna cosa che ho visto ha dilaniato il mio senno come il suo corpo freddo.
Filisto si sentiva vuoto, un fantoccio di carne, osservava l'amico con esterrefatta fissità, e questi lo guardò a sua volta, ma ora con lo sguardo di chi chiede comprensione per il proprio dolore sepolto.
- Già fratello, tutto ciò che ho fatto l' ho fatto perché non potevo fermarmi, non potevo lasciare che
qualcuno mi togliesse di mezzo, ero costretto a diventare sempre più forte per non morire. Non per brama di potere, no, ma semplicemente perché quando morirò di Arete non rimarrà traccia in questo mondo, visto che io sono l' unico che ne conserva il ricordo. Tu non l'hai conosciuta, e tutti gli altri presenti allora non sono più ormai da molti anni. E so che non resta molto nemmeno a me, sento già l' oscura volontà delle parche tendere il mio filo.
Il letterato era completamente muto, a cercare di farsi una ragione di ciò che aveva sentito in quel giorno così diverso dagli altri, quando Dionisio si alzò in piedi.
Il vecchio tiranno respirò profondamente osservando il mare, poi si volse improvvisamente
puntellando di nuovo Filisto al sedile con l' unico sguardo di cui il mondo lo credeva capace.
- Ti saluto amico e ti ordino di scordare questo crepuscolo. Hai visto un Dionisio morto da molto tempo e quel Dionisio non serve più, ora esiste solo il tiranno! Domani parto per Atene, ci vedremo al mio ritorno. Addio - Si tirò il cappuccio in testa e s'incamminò verso la fortezza dell' Ortigia.
Mentre il sole, bassissimo sull' orizzonte, infuocava cielo e mare, Filisto, aveva così tanti pensieri in mente da non riuscire a focalizzarne nessuno, e la sola cosa che riuscì a fare fu seguire l' amico con lo sguardo, mentre se ne andava trascinando la sua lunghissima ombra.
Sei giorni dopo, durante un assolato mattino di quella stagione insolitamente già così calda, stava attendendo alla stesura della sua opera storica nello studio da cui dominava il porto Lakkios.
Fu interrotto dall'arrivo di un corriere che gli portava la notizia della morte di Dionisio, avvenuta la sera stessa della sua vittoria nell' agone tragico ad Atene, subito dopo i festeggiamenti.
Non appena fu solo, Filisto pianse, pianse amaramente, come non credeva che potesse più essergli possibile alla sua età e dopo la vita, piena di ogni sorta di emozioni, che aveva vissuto.
Pianse affranto per il suo duce e amico, col quale aveva condiviso il sogno di una vita.
Ma soprattutto pianse per Arete, sconvolto dalla consapevolezza che, ormai, anche l' ultimo ricordo di lei si era dissolto. Colei che per oltre quarant' anni, gelosamente celata a chiunque, era stata l' ultima vestigia di umanità di un uomo sanguinario che aveva soppresso ogni emozione fino a non provarne forse nemmeno più, aveva cessato di essere.
Quando il tumulto dei sentimenti in lui si affievolì, si fece mescere da un servo un bicchiere di vino nella proporzione che si addiceva a un greco e brindò, solo, al ricordo degli antichi amanti.
Allora capì che la storia era l' unica speranza contro quell'iniquità, l' unico modo in cui non tutto di loro, di lui, e di chiunque altro percorresse i sentieri di una vita mortale, andasse perduto.
Da uomo di stato avrebbe dovuto occuparsi della successione senza indugio, contattare i membri del consiglio di guerra per gestirne la sicurezza, ed istruire Dionisio il Giovane sul da farsi, prima che la madrepatria Corinto mettesse bocca negli affari di Siracusa approfittando del clima d' incertezza.
Ma non fece nessuna di quelle cose.
Tornò senza esitazione al suo scrittoio, ma invece di tentare di plasmare ciò che sarebbe stato, pensò di compiere un' opera molto più meritevole narrando ciò che fu.  

Luca Orlandi

Io Luca Orlandi dichiaro che il presente racconto intitolato “I RICORDI DEL CREPUSCOLO” è frutto del mio ingegno.